Doping alle Olimpiadi: la Russia ammette ma il Cremlino nega




 

di Raffaele Menniti

Russia – Due anni dopo le olimpiadi invernali di Sochi e la connessa polemica sugli atleti russi dopati, il NYT raccoglie le voci dei protagonisti della vicenda a Mosca aprendo le porte a delle possibili ammissioni di colpa da parte dei Russi. Il vastissimo piano messo in funzione è stata la più grande operazione di doping della storia dello sport e ha coinvolto ben mille atleti in più di trenta discipline. Nonostante i funzionari intervistati dal NYT abbiano confermato l’ipotesi, respingono l’idea di un coinvolgimento in prima persona del Cremlino, tenuto allo scuro delle manovre.

L’inchiesta del NYT. L’inchiesta del giornale statunitense è stata aperta sette mesi dopo le dichiarazioni dell’ormai ex direttore del laboratorio di analisi anti-doping russo, Grigory Rodchenkov che ha dichiarato che il piano russo era stato studiato, analizzato e approfondito negli anni per garantire agli atleti della nazione il dominio sui giochi.




Un mix di farmaci.Nel maggio scorso in un articolo del New York Times, Rodchenkov ha dichiarato di aver sviluppato un super cocktail di sostanze dopanti che avrebbe permesso agli atleti di risultare idonei al controllo. Ha inoltre dichiarato che fu lo stesso ministero russo dello sport ad imporgli lo sviluppo di tale “bevanda”. Il cocktail contiene: Metenolone, trenbolone, usato dai veterinari per accrescere la massa muscolare e l’appetito negli animali e oxandrolone, tutti steroidi anabolizzanti, ovvero sostanze che assumono una funzione biologica simile a quella del testosterone. La proporzione da utilizzare per la riuscita del miscuglio è quella di un milligrammo di cocktail per un millilitro di alcool. La sostanza doveva essere mescolata al whiskey Chivas per gli uomini e al vermouth Martini per le donne.

Il rapporto Wada. Le dichiarazioni concordano sia con il rapporto del Wada (Agenzia mondiale anti-doping) sia con le dichiarazioni di Richard McLaren, legale canadese ingaggiato dal Wada, rese pubbliche il 9 dicembre 2016 e che confermano l’ipotesi secondo la quale il “Progetto Sochi” sia stato progettato e messo in atto nel 2010, ma soprattutto che fosse sostenuto dal Ministero Russo dello sport. Informazioni importanti, quelle raccolte che penalizzano Mosca in vista dei prossimi giochi invernali del 2018 e dei mondiali dello stesso anno, in quanto un paese che non garantisce la legalità, ma soprattutto la lealtà in questa sfaccettatura, purtroppo negativa dello sport, non può avere il permesso di ospitare nessuna attività sportiva di livello mondiale.

La polemica. La polemica è portata avanti anche dal nuovo uomo che Putin ha designato per riformare il sistema anti-doping russo, Vitaly Smirnov. L’81 enne oltre a dichiarare di voler capire cosa spinga giovani atleti a doparsi, attacca e denuncia gli Usa, citando documenti che ha raccolto grazie agli Hacker russi secondo i quali gli atleti statunitensi avrebbero avuto un permesso speciale per assumere sostanze illecite a fine terapeutico. La voce narrante del New York Times, Anna Antseliovich, capo dell’agenzia antidoping russa, dichiara in conclusione che “c’è stata una cospirazione nazionale”. La voglia dei russi di uscire allo scoperto, può significare voglia di riconciliazione con il mondo dello sport mondiale, non solo per il prestigio che ne consegue, ma soprattutto per una questione di carattere economico poiché il leader del colosso dell’abbigliamento sportivo russo Bosco, Kusnirovich, ha dichiarato che “non c’è abbastanza tempo in questa vita per fare chiarezza su ogni cosa: ora è chiaro chi ha sbagliato e chi no, chi sono i vincitori e chi sono i vinti”.

(Foto dal web)


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