L’agonia del talent show: lo share in caduta libera




 

di Romeo Cartaginese

 

Non è morto il talent. È traboccato il vaso che ha mescolato i talenti ai raccomandati e ha espulso un amalgama di anonime personalità, alcune mai sbocciate, altre potenzialmente capaci a diventare fiere assetate fra sagre estive e produttori col fiuto per gli affari con la proposta di un contratto da firmare.

Il nuovo millennio ha scatenato i talent show con Popstar, programma che sfornò le Lollipop, poi Amici e X Factor che hanno contribuito all’industria musicale e agli ultimi Festival di Sanremo, e poi ancora altri format meno importanti per popolarità e successo. Dopo circa un ventennio di sfide, duetti e boom discografici, sorge una domanda: quanti fra centinaia di aspiranti artisti hanno bucato lo schermo e passeggiano ancora sui ciottoli della musica senza vetri rotti sotto i piedi? La risposta è che sono pochi.

Sono i supervivientes alle curve del mercato discografico e ai gusti personali di chi ha in mano le sorti di ogni casting. Non è un segreto che bloody Mary de Filippi abbia da sempre espresso una particolare preferenza per Emma e Alessandra Amoroso e non è un caso che le due cantanti siano state le più lanciate e continuano a essere le più affermate nella discografia italiana. I passaggi in radio, le ospitate televisive e la pubblicità incessante dei loro pezzi in ogni trasmissione “defilippiana” sono una strategia psicologica di massificazione della musica che martella i fruitori dei mass-media innestando gli incisi nelle orecchie. Sorte avversa per talenti eccelsi come Annalisa e Karima, meno favorite, che afferrano l’anima degli spettatori seppur faticando ad avere la meritata gloria al vero talento che non dovrebbe essere soppiantato da ragazzini senza personalità, spremuti per un solo anno di fama nella macchina televisivo-discografica che li annienta emotivamente quando si spegne.




È la presa di coscienza del meccanismo “spremi e getta” che sta causando, probabilmente, l’attuale agonia dei talent, unito alla consapevolezza del pubblico che “essere artista” non equivale a volerlo essere a tutti i costi, anche senza la scintilla del dono vocale che fa venire i brividi e fa saltare dalla sedia perfino le anziane appisolate davanti alla tv dopo mezzanotte. È questa scintilla che rende longevi gli artisti e ne illumina le carriere, incorniciate dai fans che seguono passo dopo passo il successo dei beniamini, non abbandonandoli per una nuova stella nascente destinata a diventare una supernova in breve tempo. Il target dei giovanissimi al quale i talent si rivolgono è, perciò, un’arma a doppio taglio che rivela la sua malvagità a distanza di tempo. I teenager comprano i dischi e pagano i biglietti dei concerti per vedere e ascoltare i figli appena nati da mamma Amici e papà X Factor, fino a quando le nuove edizioni sfornano altri bellocci e ragazzine ribelli che diventano modelli di riferimento da seguire, dimenticando gli ormai “vecchi” beniamini, su uno scorcio di carreggiata in cui la fama si disperde in sentieri dimenticati.

Sono i cast composti dai dimenticabili a formare l’equipaggio del transatlantico, con la scritta “talent” sulla fiancata, che cola a picco lentamente mentre in cabina si cercano di trovare le soluzioni più giuste per portare in porto il gigante nonostante l’acqua imbarcata. La collisione contro il pubblico, stanco di vedere “mostri sacri” venir fuori dalle tv americane a dispetto dei “personaggi” nostrani dal minimo talento, provoca l’inevitabile squarcio di fiducia e di interesse da parte dei telespettatori, i quali spengono la tv provocando un inesorabile e infausto share in declino.

La musica si vede e la danza si fa melodia in un panorama televisivo in cui i numeri di Valeria Marini e Pamela Prati degli anni ’90 dovrebbero essere un lontano ricordo su VHS negli archivi Rai e Mediaset. Gli ultimi anni hanno confermato che la storia si ripete e, seppure i talent show hanno avuto la genialità di scovare il talento italiano da Trieste in giù, hanno spremuto la penisola estraendo il meglio in un pugno ma, allo stesso tempo, il peggio e il trascurabile in una colossale operazione di marketing che ha fruttato grana nelle tasche dei sapienti e ha causato grane agli “artisti falliti” ritornati nelle proprie province a mandare curricula nei negozi.

La crepa che le produzioni devono sanare è diventata profonda e frastagliata come la speranza di ogni cantante talentuoso e sconosciuto che si esibisce in strada o nei pianobar mentre la macchina del talent continua a fare cattivi investimenti, colando a picco, schiacciata dalla programmazione concorrente e da pile di album invenduti e scontati a quattro euro dopo una manciata di anni.


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