“Oh meoh Dioh!” È caduta l’ironia!




 

Il caso Virginia Raffaele/ Sandra Milo

 

di Romeo Cartaginese

Cadono spalline, volutamente, con la stessa rapidità con cui si schianta al suolo l’ironia, scaraventata dal palazzo dei very important people televisivi con cinque dita di sdegno in faccia, avvolte in guanti tessuto-offesa. Un concentrato ialuronico, cosparso su un copione intriso di satira infiammabile, si fonde su una provocatoria superficie dando vita alla parodia. È un’arma che distrugge la poca autostima dei deboli, ma fa sorridere l’intelligenza dei forti, innescando reazioni simili a quella di Sandra Milo all’esplosivo composto di comicità marchiato Virginia Raffaele.

La parodia fa leva sull’imitazione esasperata che trabocca su ricami di vissuto e comportamenti ripetuti. In questo campo, la poliedrica Virginia Raffaele studia le sue vittime pubbliche, ricercando le loro peculiarità per appropriarsene e cucirsele addosso, componendo la sapiente maschera parodica che sbatte contro i soggetti reali dei calchi.

Le trasformazioni dell’imitatrice continuano sullo stesso cammino dei suoi grandi predecessori della storia televisiva, seppur immettendosi in carreggiata con una nuova comicità che sfida il limite dell’offesa, risultando un geniale lavoro di talento e dettaglio.

Le sue opere create sulla pelle nascono sulla base degli insegnamenti di colonne portanti italiane come Loretta Goggi, ma sviluppano una crescita singolare legata alla contemporaneità dei confini, in espansione, della satira. Scindere l’imitazione concreta dall’imitazione esasperatamente riprodotta è il punto di svolta fra i lavori di Loretta Goggi e quelli di Virginia Raffaele, partoriti in due epoche storico-televisive diverse. Le parodie della straordinaria Goggi, tra gli anni ’70 e ’80, sono contenute nelle estremità della rappresentazione fedele all’originale, a dimostrare l’arte della comicità attraverso la vocalità, il trucco e lo studio delle tipicità dei personaggi. In bocca alle “copie” sono confezionate soltanto le battute degli “originali”, con piccole sbavature che fanno emergere il comico prima che avvenga una totale spersonalizzazione a causa della perfetta clonazione in salsa parodica.




I semi dell’imitazione, accolti dal pubblico sempre più bramoso di ridere con gusto artistico, sono stati sparsi nel corso dei decenni televisivi e fatti germogliare nel programma Tale e Quale, promotore delle arti performative nella piena completezza. È in questo ambiente che il lascito del passato si raccoglie come essenza necessaria per la generazione odierna di aspiranti imitatori, i quali possiedono l’eredità genetica delle imitazioni di Milva, Mina e Patty Pravo che Loretta Goggi, ad esempio, ha regalato alla storia dello spettacolo italiano.

Scaturiti dallo studio storico, i personaggi di Virginia Raffaele si gettano in scena dalle quinte, confondendo gli spettatori per alcuni secondi in cui restano attoniti, in un limbo, a decidere se quella figura sia il personaggio reale o la sua copia parodica perfetta. La presenza fittizia rivelata fa scaturire il premio al lavoro attraverso risate, applausi e urla di stupore, e la presa di coscienza che la realtà è quella beffarda maschera che alimenta l’incertezza. I personaggi dell’irriverente Raffaele sono scomodi, arguti, inconsapevoli assassini nella giungla mediatica e, allo stesso tempo, coscienti vittime dell’ironia, laddove cresce già sporadica.

Il più recente agguato mortale all’autoironia l’ha inflitto la stimata Sandra Milo, in un salotto televisivo, angosciata e offesa dalla parodia che Virginia Raffaele ha messo in scena su di lei durante lo scorso Festival di Sanremo. L’attrice ottantatreenne ha versato lacrime amare marchiando come offese le battute sulla sua età e sugli amori passati, aspetti troppo intimi, secondo lei, da dover essere intoccabili. La Milo, però, ha dimenticato che il travestimento comico è uno specchio che riflette la realtà giocando a deformare e gonfiare gli aspetti che suscitano più ilarità, quando corrono velocemente e senza freni fra il gossip ufficiale e le chiacchiere da salone di bellezza. L’offesa, perciò, si autodistrugge per la sua stessa incapacità di poter essere un agente incriminante per un’arte goliardica che non si rattoppa con rammarichi o ammende.

L’imitazione non si traduce mai in offesa perché è sua caratteristica intrinseca il salto oltre le barricate della morale popolare. È arricchimento del personaggio, oltre la veste ufficiale, e provocazione benevola che esaspera la vita per esorcizzarne le singolarità con i sorrisi irrefrenabili di una pancia mai ghiotta.

Le risate guariscono dai propri difetti e dalle imperfezioni del mondo: scoprono le garze che fasciano i comportamenti e le fisicità, per poi strapparle e mostrare la nudità che disegna la curva di un sorriso. Fin quando si riderà fissando un volto nello schermo, si sogghignerà per un orecchio che si stacca dalla testa o una spallina che cade o, ancora, per una puntura di troppo, si avrà il possesso della propria esistenza.


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