ORLANDO, COLOR SANGUE




 

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Cronica omofobia e malsana educazione, ad Orlando, si sono incontrate nella stessa persona per dar vita ad una strage di innocenti. All’indomani dell’accaduto, piovono feroci gli attacchi e le critiche a chi avrebbe potuto fare di più e non lo ha fatto.

Nessuno poteva, nessuno avrebbe immaginato una cosa simile, non sarebbe umano pensare a cotanta follia.




Omar Mateen non era umano, ha scavalcato con la sua mente perversa ogni limite del razionale. Pare proprio che la miccia sia stata accesa alcuni mesi fa, dopo aver visto due uomini baciarsi. Da lì, un odio incontrollabile. Indi per cui , entrare in un club gay, imbracciare un fucile e sparare sarebbe dovuta essere la giusta punizione. E così è stato. Ma prima, lucida follia, chiamare il 911 per comunicare quanto a breve sarebbe accaduto, sottolineando di appartenere alla schiera dell’Isis, l’autoproclamato Stato islamico.

Una strage efferata e crudele, che riporta nella lontana Africa di Mandela quando, neri e schiavi, venivano brutalmente uccisi per il diverso colore della pelle.

E’ ancora di razzismo che si continua a parlare. Omofobia diffusa. Ma intanto, cinquanta famiglie piangono la scomparsa dei propri figli, trucidati come facili ostaggi,come obiettivi di un tiro al bersaglio,  colpevoli, di amare e vivere liberamente. Omar tutto ciò non è  stato in grado di accettarlo, alimentando giorno dopo giorno un sentimento rancoroso e odioso. Ha imposto la sua visione delle cose, ha decretato per gli altri la fine delle loro vite. In una manciata di minuti, si è trasformato in un mostro.

Alle due di notte, mentre gli ultimi ospiti si divertivano, gli spari e quell’odore di morte che nessuno più riuscirà a dimenticare. Spari che ricordano il Bataclan, che ricordano Bruxelles, che hanno trasformato la città della Disney in uno scenario di guerra.

L’Orlando Pulse  non sarà mai più come prima. Qualcosa, in questa orrenda realtà, ha trasformato i variopinti colori del club gay americano più noto in intense tonalità, color sangue.

di Christian Montagna


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