Precariato e futuro senza speranza per i giovani. Ecco l’addio di Michele: ” Io non ho tradito, io mi sento tradito”




 

di Cinzia Marchegiani

Non sono riuscita a scrivere nel titolo che Michele ha scelto di morire. Un ragazzo friulano di 30 anni come tanti, che potrebbe essere nostro figlio, nipote, fidanzato, un amico. La sua lettera denuncia lasciata alla mamma e papà sono la testimonianza agghiacciante di quanto abbia sofferto e di quanto male noi grandi stiamo producendo alle future generazioni. La notizia ha squarciato come una lama le nostre ipocrisie, fatte di tante parole, di promesse e speranze, delle stesse che meschinamente ci ripetiamo come una litania come ad assuefarci di qualcosa che non esiste. Ma ciò non è la realtà, è solo una forzata illusione.

Michele si è tolto la vita, un gesto estremo ma meditato perché la sofferenza e la solitudine uccidono come un’arma.

Quella stessa sofferenza che spesso non vogliamo guardare per paura che contagi e travolga. Michele è una vittima del nostro sistema, di una società che non ha potuto tutelare i sogni dei nostri figli. Il sogno di poter essere uomini liberi, ragazzi a cui è stato tolto un ruolo, un posto in questa società meschina, frenetica ed egoista.

Michele viveva in questa società dove la fantasia politica ha raggiunto posizioni inenarrabili, quella stessa politica figlia di un qualunquismo allucinate e in grado di rivolgersi ai giovani umiliandoli, deridendoli colpevoli di urlare il loro malessere, la loro agonia in un mondo che li fagocita e li abbandona. L’Istat ha confermato che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a dicembre risale, superando quota 40,1% in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015. A dicembre il tasso totale di disoccupazione è al 12%, in su di 0,4 punti sullo stesso periodo del 2015. Non sono solo cifre ma vite spezzate a cui è stata tolta la speranza di poter essere persone complete e indipendenti. Abbiamo creato generazioni di alienati e la politica li strattona senza alcuna delicatezza, senza alcuna strategia.

Ho letto la lettera che Michele che ha lasciato alla sua mamma e papà. E’ difficile leggerla, fa male…troppo. I suoi genitori però hanno deciso di pubblicarla sul Messaggero Veneto, la lettera – spiega il giornale -viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto. La mamma dice: “Di Michele  ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni“.

LETTERA DI MICHELE AI SUOI GENITORI

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.




Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

Il governo dovrebbe istituire il lutto nazionale, perché con Michele è morta la speranza e la fiducia del nostro paese. Si prendano provvedimenti invece di rilasciare l’ennesimo comunicato stampa con in regalo una bella corona al funerale. I nostri politici incidano questa frase di Michele in ogni pagina della loro agenda: “Io, precario, appartengo a una generazione perduta”.

Condoglianze da FreedomPress alla mamma e papà di Michele.


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