“Questa è la storia di un Festival, facciamo entrare Sanremo”




 

di Romeo Cartaginese

Sanremo – Se è vero che “Tutti cantano Sanremo”, è anche vero che tutti lo suonano a pollici veloci commentando l’evento dal divano di casa come figli social della matriarca Parietti.

La settimana sanremese ci trasforma in adolescenti in astinenza da ciuffo di Bernabei, pieni delle stesse paure e ansie di Maria davanti alla scalinata dell’Ariston. La paura più tangibile, però, si chiama “classifica” e sfugge dal copione di Luca e Paolo. I due non si soffermano sul mostro a numeri crescenti che incombe nella finale, come quello della scorsa edizione che ha incasellato Clementino e Rocco Hunt qualche gradino al di sopra di un capolavoro intitolato “Il diluvio universale”.

Fa paura anche il cast dei non-famosi che approdano sull’atollo sanremese della musica con le speranze e le amarezze di un semifinalista di Amici, abbandonato dal produttore dopo il primo lancio discografico dall’elicottero.

Ci pensa Al Bano a ricordare ai giovani emozionati che l’ascesa è fatta “Di rose e di spine”, come gli amori scritti nella maggior parte dei testi in gara che rimarcano attuali sonorità, lontane dagli standard delle belle canzoni del ’67 che i nostalgici salutano sussurrando “Ciao amore ciao” come a un Titanic che salpa, segnando il passaggio alla versatilità stilistica. La superstite all’ice-berg della sperimentazione è Bianca Atzei che regala eleganza e fascino antico, sicura e forte nei suoi abiti leggeri, e potente degli artigli vocali che graffiano i volti della sala stampa.




Naufraga il bel canto ma risalgono gli ascolti e trascinano dagli abissi artisti carismatici come Francesco Gabbani, un Peter Pan che vola con le parole giocando a cantare. Proprio lui, neo-ex-giovane catapultato nella categoria “big”, lascia il posto delle “nuove proposte” formato, quest’anno, da otto membri della ciurma di Capitan Uncino fra i quali si fa spazio Tommaso Pini, un giocoliere folle sul filo delle ansie della quotidianità moderna. Un surplus di giovani, dunque, come Lodovica Comello, ancorata agli spettacoli televisivi per bambini che fanno urlare il Piccolo Coro dell’Antoniano dai volti dell’Aspromonte 1912.

Dall’altalena del cast sono cadute le grandi dive come Marcella Bella e Anna Oxa, scartate in fase di reclutamento per far spazio ad Elodie e Michele Bravi: aerei colorati vestiti di discografica eleganza che si alzano in volo di mezzo metro e riscendono rigirando in pista per il difetto della fabbrica del talent che lancia nuovi modelli troppo in fretta.

E, se a molte voci da scaffale di negozi, preferiamo il coro che urla “Forza Napoli”, trasportato dal pubblico di Uomini e Donne al loggione dell’Ariston, significa che le bombe da sinestesia sono rare, incarnate da Giorgia che fa mangiare al pubblico bocconi di note senza alcuno sforzo e da Tiziano Ferro, un trampoliere sulle parole che mescola creando capolavori-fotografia della sua essenza.

Di scatti rubati e di note ascoltate viviamo il Festival, come una coperta che avvolge le frivolezze nazional-popolari che spiaccichiamo sul web, coscienti che la critica musicale ufficiale non sempre è oracolo di successo.

Il Festival è una vetrina per clienti che si innamorano di una canzone come di un abito e la indossano fuori per lungo tempo. Le orecchie diventano le parti del corpo da coprire quando a Febbraio fa ancora troppo freddo per ballare “Livin’ la vida loca”, una vita che non è mai stanca di ascoltare il grido arcobaleno di Mika contro chi vuole pigiare “Off” allo stereo della diversità dei generi musicali.


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