San Camillo e i medici abortisti: fare chiarezza è un obbligo morale, prima che politico




 

di Mario Galli

Sta sollevando scalpore il concorso pubblico a tempo indeterminato di 1 posto – poi diventati 2 – di “dirigente medico disciplina Ostetricia e Ginecologia (da destinare al settore Day Hospital e day Surgey per l’applicazione della Legge 194/1978 – interruzione volontaria di gravidanza)“, indetto nel 2015 dall’allora direttore generale dell’ospedale San Camillo di Roma, Antonio D’Urso, (in allegato il testo del bando), nel quale si specificava dunque la funzione che avrebbero dovuto assolvere i medici.

Personalmente ho letto tutto il bando e, nei requisiti di ammissione non si specificava la “non obiezione di coscienza”. Purtroppo la vulgata della “social misinformation” ed il bisogno di like e condivisioni hanno fatto il resto.

Immediatamente, il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, provvedeva a condividere sulla sua pagina Facebook  la notizia di roma.repubblica.it dal titolo: “Il Lazio assume ginecologi non obiettori: Rischio licenziamento se dovessero rifiutarsi“.

Si sa che su Facebook nessuno legge i post se questi superano la soglia minima di intellegibilità, ovvero le tre righe, figuriamoci un articolo intero. Tant’è che il Presidente Zingaretti, o chi ne gestisce la pagina Facebook, nel condividere la notizia ha postato: “Il Lazio Cambia”. Coscienti del fatto che molti avrebbero letto solo il titolo dell’articolo di Repubblica, senza approfondirlo ed associandolo, per di più, alle parole del Presidente.

I commenti che si sono susseguiti sono stati uno show di tifoserie contrapposte su un tema alquanto particolare e delicato, quello dell’interruzione volontaria di gravidanza.

Un plauso va di certo al social manager del Presidente che in poco tempo ha suscitato la reazione della CEI, delle associazioni Cattoliche e di gran parte del pubblico.

Occorre, però, fare chiarezza sulla vicenda. Quando si ragiona tra tifoserie contrapposte, la ragione non sta mai da una sola parte.
Partiamo dalla Legge 194/78. Essa, all’art. 9 dispone che: Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.
Pertanto se i medici sono tenuti a dichiarare l’obiezione di coscienza successivamente alla data di assunzione, mal si comprende perché un bando dovrebbe prevederla prima. Di fatto, e come molti in prima battuta avevano sostenuto, compreso e capito (forse anche auspicato), sembrava che chi dichiarasse nella domanda di essere obiettore non potesse partecipare. Ma il bando non prevede questo, anzi. Il bando informa chi volesse partecipare che i posti sono da destinare al settore Day Hospital e day Surgey per l’applicazione della Legge 194/1978 – interruzione volontaria di gravidanza. Per gli obiettori ci saranno, e ci sono stati, altri bandi pubblici.

L’articolo 9 aggiunge: Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

Ecco dunque la parte che legittima questo concorso. Il tema è delicato e spesso chi ne parla non conosce la legge o nemmeno si prende la briga di leggerla. I trent’anni dall’entrata in vigore della 194/78 sono stati pieni di polemiche mai sopite, vuoi perché le promesse di questa legge sono state in parte disattese, vuoi perché si è assistito ad una indifferenza ai suoi effetti. Certi casi e certe situazioni sono campanelli di allarme che ci indicano, forse, il bisogno di una riflessione più pacata su quanto è avvenuto in trent’anni dall’applicazione o non applicazione di questa legge.
Una riflessione che non può avvenire tra opposte fazioni, ma soltanto mettendo al centro la buona volontà di tutelare la vita fin dal concepimento ed il coraggio nella vera libertà delle madri (art. 1 Legge 194).


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