Sindrome ADHD, Giuseppe Abbagnale ricorda la vita difficile di Michael Phelps e lancia un bellissimo messaggio




 

L’ADHD nello sport. Stelle del firmamento nello sport spesso hanno alle spalle percorsi difficili nella loro infanzia e nell’adolescenza, dove spesso l’isolamento rende ancora più difficile sostenere la quotidianità. Vite che però oggi risplendono, e grazie all’impegno, coraggio e l’aiuto incondizionato di chi li circonda hanno inseguito con successo la ricerca della propria strada.

Giuseppe Abbagnale

Giuseppe Abbagnale

Giuseppe Abbagnale, il grande campione  vincitore di due titoli olimpici e sette mondiali nel canottaggio, portabandiera per l’Italia ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992, ora Presidente della FIC, Federazione Italiana Canottaggio ricorda queste Olimpiadi a Rio 2016, spesso vissute da molti come sfide impossibili.

Abbagnale si addentra con sensibilità e ricorda quanto le umiliazioni degli adulti, degli insegnati siano ferite profonde inferte ai bambini e ragazzi affetti dalla ADHD, ( Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) e lancia a tutti gli sportivi un bellissimo messaggio raccontando l’esempio tangibile del campione mondiale Michael Phelps:

“La sua maestra gli diceva che non avrebbe mai fatto nulla nella sua vita, lui era un bambino A.D.H.D. 
Subiva spesso umiliazioni dai suoi compagni, ma questo bambino aveva trovato il suo rifugio nell’acqua e il nuoto. Quando era immerso nell’acqua si sentiva libero…
Stiamo parlando di Michael Phelps che ha vinto ogni tipo di record in acqua. Ha conquistato 22 medaglie d’oro.
Adesso…cosa penserà quella maestra delle sue 22 medaglie d’oro?
Non permettere mai a nessuno di dirti ‘CHE NON PUOI’, soprattutto a quelli che non hanno mai provato...”

LA STORIA DI MICHAEL PHELPS E LA SUA INFANZIA DIFFICILE 

Sulla rivista Attidude Strategies and support for ADHD & LD in una bellissima intervista (Aprile/maggio 2007) alla mamma di Michael a firma di Judy Dutton, racconta gli anni difficili per suo figlio e il suo impegno a farlo crescere lottando contro questa sindrome.

Debbie Phelps lavora come preside di una scuola media a Baltimora (USA) ed è la madre del campione olimpionico di nuoto Michael Phelps.

Debbie e Michael

Debbie e Michel

Dedicare la propria vita al nuoto è stata, per Michael Phelps, senza dubbio una scelta azzeccata. Nel 2004, all’età di 18 anni, ha ottenuto 8 medaglie (di cui sei d’oro) alle Olimpiadi estive di Atene. Adesso, a 30 anni, di medaglie ne ha conquistate ben 77. L’amore per il nuoto non è sempre stato presente nella sua vita. “Quando aveva 7 anni, odiava bagnarsi la faccia”, dice Debbie. “Così abbiamo iniziato stando con la pancia verso l’alto e gli abbiamo insegnato il dorso”. Michael mostrava dei progressi davvero notevoli nel nuoto. Ma a scuola, la situazione era molto difficile! la difficoltà di concentrazione era il suo problema più grande.

“Una delle sue insegnanti mi disse che non riusciva a concentrarsi in nessun compito”, racconta Debbie. Lei decise allora di sottoporlo ad una visita specialistica e gli venne diagnosticato l’ADHD (Deficit di Attenzione con Iperattività). “Quello fu un colpo al cuore!”, ricorda Debbie. “ Io volevo dimostrare a tutti che si sbagliavano. Io sapevo che, se avessi lavorato con Micheal, lui avrebbe potuto raggiungere tutti gli obiettivi che si fosse prefissato.” Debbie, che aveva gestito la scuola media per più di 20 anni, iniziò a lavorare a stretto contatto con le insegnanti di Micheal per potenziare l’attenzione di cui lui era carente. “Ogni volta che un’insegnante mi diceva: Michael non riesce a fare questo, io rispondevo: Bene, che cosa dobbiamo fare per aiutarlo?”.




Quando Michael iniziò ad infastidire il compagno di banco, strappandogli dei fogli dal quaderno, Debbie suggerì di farlo sedere in un banco da solo. Quando si lamentava dicendo quanto odiasse leggere, lei gli proponeva di leggere la sezione sportiva del giornale. Avendo notato che l’attenzione di Michael diminuiva molto durante le lezioni di matematica, lei trovò un tutor e gli chiese di creare dei problemi che suscitassero l’interesse di Michael: “Quanto tempo impieghi a nuotare per 500 metri se nuoti ad una velocità di 3 metri al secondo?”. Durante le lezioni di nuoto, Debbie aiutava il figlio Michael a rimanere concentrato ricordandogli quali erano le conseguenze del suo comportamento. Debbie ricorda quando, a 10 anni, Michael arrivò secondo ad una gara ed era così arrabbiato che gettò i suoi occhiali in piscina. Durante il viaggio di ritorno, lei gli spiegò che l’amore per lo sport conta molto di più di una vittoria. “Abbiamo concordato un segnale che io gli avrei fatto dagli spalti.”- dice Debbie- Una specie di C, che voleva dire ‘riComponiti’. Ogni volta che lo vedevo frustrato, io gli facevo quel segnale. Una volta, mentre stavamo cenando, fu lui a farmi questo segnale perché vide stressata.”

Debbie usò molte strategie per aiutare Michael. Con il tempo, come la passione di Michael per il nuoto crebbe, lei fu orgogliosa di vedere come Michael stesse sviluppando un’importante autodisciplina. “Negli ultimi 10 anni, non è mai mancato un giorno in piscina, neanche a Natale. La piscina è il primo posto dove andiamo e lui è felice di essere lì.”

Debbie ha cercato anche di ascoltare le richieste di suo figlio. In prima media, Michael le disse che non avrebbe più voluto prendere i farmaci per l’attenzione. Nonostante avesse grossi dubbi, Debbie gli permise di interrompere l’assunzione dei farmaci. La settimana di Michael, densa di allenamenti e lezioni, richiedeva molta organizzazione, che lui riuscì ad avere anche senza l’aiuto dei farmaci per l’attenzione. Madre e figlio non si vedevano sempre prima di ogni incontro, ma lui ha sempre capito quanto sia stato cruciale il ruolo di sua madre per il suo successo. Immediatamente dopo aver ottenuto la medaglia d’oro ad Atene, Michael saltò giù dal podio, poi corse fino agli spalti per dare a sua madre il bouquet e la corona dall’alloro che aveva in testa.

Questo momento è molto vivido nei ricordi di Debbie, “Ero così felice. Ho pianto”.

Michal-PhelpsOggi, Michael Phelps è ritenuto uno dei più grandi nuotatori di tutti i tempi. Sua madre Debbie, che lavora come preside a Baltimora (USA), applica ciò che ha imparato crescendo suo figlio ai suoi studenti, indipendentemente dal fatto che abbiano l’ADHD o meno. “Tutti i bambini possono fallire a volte”- dice Debbie- “Ma se lavori con loro, nove volte su dieci, ti renderanno orgogliosa”.

Michael Phelps all’età di 15 anni  partecipava ai Giochi Olimpici del 2000 come il più giovane nuotatore di sesso maschile. Da lì la sua carriera è stata sempre e solo ricca di medaglie e primi podi.

La vita di Michel Phelps ci ricorda purtroppo come i bambini speciali vengono spesso isolati non solo dagli stessi coetanei, ma anche dagli adulti che invero dovrebbero aiutare a superare questi muri invalicabili e facilitare a  trovare la strada migliore affinché le qualità custodite nel silenzio e rifugio diventino un punto di straordinaria forza.

Michel Phelps ha una mamma straordinaria, ma non sempre è così, ecco perché è fondamentale che le istituzioni scolastiche, dello sport diventino un supporto straordinario per la crescita di tutti i bambini, anche di coloro che non riescono a fare cose che vengono attribuite “normali”… Ma in fondo, cos’è la normalità?

Grazie a Giuseppe Abbagnale che ha ricordato questa storia straordinaria, il suo essere atleta e uomo di sacrificio e passione nello sport è indiscutibilmente un punto di riferimento per molti ragazzi e atleti che vivono di impegno, speranza e sogni.

Abbagnale ci tiene ad esortare tutti a non farsi abbattere, anche quando tutto sembra impossibile: “Non permettere mai a nessuno di dirti ‘CHE NON PUOI’, soprattutto a quelli che non hanno mai provato...”


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