Giornalisti nel mirino





 

di Christian Montagna

Roma – Calci, sprangate ed una terribile testata. Il naso sanguina, la paura negli occhi della vittima. Immagini shock diffuse dai social network: siamo ad Ostia, quartiere alla periferia della capitale, Roberto Spada aggredisce una troupe della Rai che vuole intervistarlo. Violenza, bestialità, il tutto documentato dalle immagini delle telecamere. Daniele Piervincenzi, giornalista della trasmissione “Nemo- nessuno escluso”, ci rimette il setto nasale. Spada viene arrestato con l’accusa di lesioni aggravate e violenza privata e con l’aggravante di aver agito in un contesto mafioso.

30 Maggio 2017, Torino. Elena Redaelli, giornalista del programma “Quinta colonna” condotto su Rete4 da Paolo Del Debbio viene affrontata da un gruppo di migranti durante il collegamento live dall’ex villaggio Olimpico di Torino, ridotto anch’esso a dimora notturna di stranieri e profughi senzatetto: innervositi dalla presenza dei media, le sottraggono la telecamera, partono insulti e spintoni.




4 Maggio 2017, Roma, stazione Termini. Si raccontano il degrado e la vita degli immigrati nel più grande scalo ferroviario europeo, d’un tratto le urla, le immagini che ballano,  poi il black out, il collegamento con Matrix si interrompe. Nessun problema tecnico: è un’aggressione. Francesca Parisella, giornalista di Matrix, viene brutalmente aggredita. A buttare a terra la telecamera e ad inseguire la giornalista in via Marsala, un trentasettenne della Costa d’Avorio privo di documenti e in Italia senza fissa dimora. Contro di lui un decreto di espulsione emesso dal prefetto di Roma lo scorso 9 settembre. Francesca si salva grazie all’ intervento di un tassista. “L’aggressione – scrive poco dopo in una nota Mediaset – è inaccettabile e getta un’ombra inquietante sulla libertà di stampa nel nostro Paese, sulle condizioni di sicurezza nella stazione più grande d’Italia e sulla possibilità di una giovane donna di lavorare nel centro della  nostra Capitale”.

10 Agosto 2013, una cronista viene accusata da alcuni antagonisti di essere un membro della Digos. Viene seguita durante il corteo, accerchiata e costretta a mostrare i documenti prima di essere accompagnata alla sua auto, della quale viene fotografata la targa. Il tutto accade lungo il sentiero che da Giaglione porta al cantiere della Tav, teatro di numerose manifestazioni contro l’alta velocità. La giornalista in questione è Erica Di Blasi, di Repubblica, ed è sul posto per seguire una manifestazione “No Tav” nei boschi di Giaglione e Chiomonte.I tre antagonisti vengono condannati dal tribunale di Torino a un anno di reclusione per aver accerchiato e seguito, in un “pesantissimo clima di intimidazione” (così scrive il gip Eleonora Pappalettere).

Questi sono soltanto alcuni degli esempi dei “capri espiatori” di una società a legalità latente. È la reazione ad un malessere, ad una realtà “azzeccagarbugliata”, in cui, etnie e colori politici si fondono sempre più in uno spazio angusto. Troppo angusto.

E allora, l’implosione ha i minuti contati, i nervi sono a mille, c’è qualcosa di sbagliato nella gestione. E così, cronisti, giornalisti d’inchiesta e troupe televisive vengono aggrediti perché testimoni di una realtà che a tutti i costi si vuole tacere. Occhio non vede, meno si sa, più si delinque.

Come se la colpa fosse di chi alle undici di sera, per portare la famosa pagnotta a casa, è costretto a camminare per l’inquietante stazione Termini o a visitare, nemmeno fosse un bel vedere, un centro di accampamento profughi. Come se, la convivenza con i migranti insostenibile,l’assenza di lavoro in Italia, le occupazioni abusive fossero causate da chi in realtà vorrebbe solo denunciarle.

Ma allora perché scagliarsi contro chi vuole testimoniare, contro chi deve farlo a tutti i costi perché è pagato per farlo? Semplice, sono i bersagli più facili da colpire. Non sono armati, girano spesso in coppia e simboleggiano un’assenza, quella dello stato e delle istituzioni dimentiche di intere fette di territorio.

All’indomani dell’ultima aggressione, i riflettori si riaccendono. Durerà poco, in attesa della prossima, si spera mai, aggressione.

 Intanto, i giornalisti sono nel mirino.

 


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