L’Istat fotografa l’Italia. L’altra faccia della medaglia e dell’ipocrisia





 

di Cinzia Marchegiani

L’Istat fotografa il Bel Paese e lancia gli aggiornamenti demografici: “Al 1° gennaio 2017 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 579 mila residenti, 86 mila unità in meno sull’anno precedente. La natalità conferma la tendenza alla diminuzione: il livello minimo delle nascite del 2015, pari a 486 mila, è superato da quello del 2016 con 474 mila. Dopo il picco del 2015 con 648 mila casi, i decessi sono 608 mila, un livello elevato, in linea con la tendenza all’aumento dovuta all’invecchiamento della popolazione”.

L’altra faccia dell’ipocrisia che non spiegano alle nuove generazioni sui banchi di scuola.

La popolazione è più vecchia perché in Italia non solo non si mette in cantiere il progetto di un bambino ma è difficile proprio creare la famiglia, visto che per crearla serve stabilità e di certo i voucer o le società che furbescamente dimostrano di avere sempre dipendenti che a rotazione tiene solo mese (ne assume sempre di nuovi che verranno licenziati esattamente dopo 30 giorni dalla firma del contratto) non rappresentano né la dignità, né forme certe di lavoro, ma solo ipocrisia. Tutto ciò è solo la punta di un icerberg che agli alunni non viene insegnato. Però in Italia, secondo questi dati i giovani lavorerebbero. Chapeu.

I ragazzi che studiano alla scuola dell’obbligo cosa viene spiegato? Che l’Italia è un Paese vecchio, ma non la motivazione, e cioè che purtroppo sono i giovani a dover emigrare per le inesistenti politiche del lavoro che non tutelano proprio le nuove generazioni. I ragazzi lo sanno perché lo vivono personalmente in famiglia, o nella propria o quella di un parente che per inserirsi nella società e crearsi l’indipendenza ci vuole un santo in paradiso, oppure si deve emigrare. Leggere i libri di geografia ci si fa una cultura a metà, si racconta solo una faccia di una medaglia: “La diminuzione della popolazione è solo marginalmente bilanciata dalla crescente immigrazione proveniente dall’Africa e dai Paesi dell’Est. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, la popolazione europea calerà, entro il 2050 a 600 milioni di individui”.

Secondo questi libri, il calo delle nascite è legato alla difficoltà delle donne a conciliare lavoro e impegni famigliari, facendo leva su una statistica che dimostra che nei paesi in cui i genitori (bisogna prima diventarlo, NdR) ricevono maggior sostegno statale, con la possibilità di orari lavorativi elastici (ma se il lavoro non c’è? NdR) quando i bambini sono molto piccoli, aiuti economici e asili nido funzionanti, come Francia, la natalità sta lentamente crescendo. Accipicchia però che analisi!!




Intanto l’Istat spiega che il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila). Il saldo migratorio estero nel 2016 è pari a +135 mila, un livello analogo a quello dell’anno precedente ma, rispetto a quest’ultimo, è determinato da un maggior numero di ingressi (293 mila), e da un nuovo massimo di uscite per l’epoca recente (157 mila).

Al 1° gennaio 2017 i residenti hanno un’età media di 44,9 anni, due decimi in più rispetto alla stessa data del 2016. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale; quelli di 80 anni e più sono 4,1 milioni, il 6,8% del totale, mentre gli ultranovantenni sono 727 mila, l’1,2% del totale. Gli ultracentenari ammontano a 17 mila.

La fecondità totale scende a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); ciò è dovuto al calo delle donne in età feconda per le italiane e al processo d’invecchiamento per le straniere: le straniere hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015); le italiane sono rimaste sul valore del 2015 di 1,27 figli. L’età media delle donne al parto è di 31,7 anni.

La vita media per gli uomini raggiunge 80,6 anni (+0,5 sul 2015, +0,3 sul 2014), per le donne 85,1 anni (+0,5 e +0,1).

Insomma più vecchi e meno prolifici, nascono meno bambini e la popolazione tende a invecchiare, certo i giovani spariscono da questo Paese!! C’è da chiedersi come vengono aiutate le nuove leve scolastiche, cosa viene raccontato del mondo che lo attenderà lì fuori? Molti genitori già conoscono questa risposta, e ora di fronte ai nuovi dati, oltre ai voucer e al Jobs Act, cosa ci si inventerà per giustificare che le donne non fanno più figli? Che sono diventate apatiche?  

Ecco, le scuole comincino seriamente ad affrontare questi temi, senza veli di ipocrisia, perché l’addio di Michele, ragazzo friuliano di 30 anni che ha perso la vita in un momento di grande sconforto e isolamento racconta proprio il delirio di questa società che non riesce a tutelare le nuove generazioni. La lettera sia un testamento su cui la scuola, le istituzioni comincino a lavorarci e di gran lena, perché le statistiche sono impietose e avvisano costantemente dei gravissimi problemi a cui andranno incontro questi ragazzi: “Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a dicembre risale, superando quota 40,1% in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015. A dicembre il tasso totale di disoccupazione è al 12%, in su di 0,4 punti sullo stesso periodo del 2015“.

Queste non sono solo cifre ma vite spezzate a cui è stata tolta la speranza di poter essere persone complete e indipendenti. Abbiamo creato generazioni di alienati e la politica li strattona senza alcuna delicatezza, senza alcuna strategia, ma anche le scuole spesso non formano come dovrebbero al futuro. Il “Precariato” emergenza nazionale sia spiegato a scuola e anche il mondo del lavoro.

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